giovedì 22 dicembre 2016

STORIA

Codognè è una cittadina di circa 5.300 abitanti. Si trova tra le Alpi (le Dolomiti) ed il Mare Adriatico, vicino alle colline di Conegliano e Valdobbiadene, in un territorio ricco di fiumi, tra i quali i principali sono la Livenza e il Monticano.

Il toponimo di Codognè trae origine dal frutto della mela cotogna (latino cidonya”) che nella lingua locale viene chiamata "pon codogno", da qui "Codognè". Infatti, storicamente in quest'area si diffuse molto la pianta del cotogno, specialmente a livello spontaneo.
Dal Medioevo questo territorio, prevalentemente dedicato all'agricoltura, fu attraversato da un'importante rotta commerciale, chiamata Via dei Sali, che permetteva lo scambio di merce pregiata, ovvero il sale e i cereali, dal Mar Adriatico al Nord Europa. L'età d'oro per gli scambi commerciali si ebbe sotto il dominio della Repubblica Veneziana che qui governò dal XIV al XVIII secolo.
Nel corso del Seicento, la nobile famiglia veneziana dei Toderini acquistò dei terreni a Codognè e vi costruì una delle più belle ville di questa parte d'Italia, caratterizzata dallo stile palladiano.
Questa residenza divenne un'importante risorsa economica, basata sullo sfruttamento agricolo, e un luogo di ritrovo culturale. Lo stesso poeta italiano, Ugo Foscolo, soggiornò qui, dedicando ai padroni di casa dei componimenti.
Oggi Codognè è diventata una cittadina moderna che però non dimentica il suo passato, anzi. L'obiettivo per il futuro è quello di perseverare nella valorizzazione e nella promozione delle proprie origini e tradizione.
Codognè, Villa Toderini De Gajardis vista dalla Mutera
HISTORY

Codognè is a town with a population of 5.300 habitants. It’s located in a middle way between the Alps (the Dolomites) and the Adriatic See, close to the hills of the city of Conegliano and the district of rivers where the most famous are: the Livenza River and the Monticano River.

The place name of Codognè derived from apple species called “cidonya”, which becomes “cotogna” (ENGLISH: quince) after several language alteration. Historically, this area was covered by a lot of spontaneous cidonya trees. From the Middle Age it was an agricultural area, crossed by an important commercial road called “the salt road”, which connected the commercial of salt and cereals from the Adriatic See to the North of Europe, especially under the Venice dominion (from the XIVth century to the XVIIIth century).

During the XVIIth century, the Venetian dynasty of Toderini constructed in Codognè one of the most beautiful villa of this part of Italy, characterized by Palladian style. It became an important economical resource (based on agriculture) and a cultural hub. The Italian poet, Ugo Foscolo, journeyed here, honoring the owners with a pleasure poem dedicated to them. 
 
Today, Codognè is grown as a town with several modern facilities and the mission to qualified and promote its Past and Tradition.

[Bibliografia: Codognè, Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Liuvenza e Monticano, a cura di L.Caniato e G. Follador, edito dal Comune di Codognè, aprile 1990]

PAESE DALLE NUMEROSE VILLE VENETE

Codognè, paese con un'estensione di 22 km quadrati, ospita alcune importanti ville che in passato sono state le dimore di campagna di ricche famiglie di origine veneziana. Costituiscono, insieme alle chiese e ai capitelli sparsi nel territorio, il patrimonio artistico e architettonico più importante del comune. 
Dal punto di vista della qualità artistica, sono tutte degne di nota. 
 
La più famosa è certamente Villa Toderini, che con la sua architettura palladiana e la peschiera scenografica è tra gli sfondi maggiormente immortalati nelle foto dei residenti e di coloro che vengono in visita. Si erge maestosa in centro paese.


Villa Toderini De Gajardis (foto Pio Dal Cin)

Poco lontano, verso l'abitato del Borgo Chiesa, è ubucata un'altra importante residenza in stile veneto: Villa Travaini. Probabilmente la parte più conosciuta della villa è la peschiera, da anni priva di acqua, che interrompe il corso del marciapiede lungo via Roma. 

Villa Travaini in una foto d'epoca del 1940 circa

Le ville Paoletti a Cimetta e Cimavilla sono forse quelle più isolate per la posizione o per i grandi alberi del parco che ne nascondono la facciata, suscitando così un fascino maggiore. Da annotare che presso il giardino di villa Paoletti a Cimetta si trova un frassino secolare oggi riconosciuto dalla Regione Veneto come “albero monumentale” e per questo inserito nella lista degli esemplari da tutelare.


Villa Paoletti nella frazione di Cimetta


Villa Paoletti a Cimavilla, invece, è stata per molti anni un luogo non proprio isolato, poiché la messa domenicale veniva celebrata nella cappella del parco della villa, dedicata alla Madonna della Marcede, fino a quando non venne costruita la chiesa parrocchiale.

Villa Paoletti nella frazione di Cimavilla
   
Villa Rosa Andreetta infine, il cui bel viale di accesso si può ammirare attraversando la frazione di Roverbasso, è stata anch'essa un luogo di ritrovo, poiché nelle adiacenze di una delle barchesse si sono svolti per molti anni i festeggiamenti del Roverbasso Club.


Villa Rosa Andreetta, facciata


Villa Rosa Andreetta nella frazione di Roverbasso

Villa Toderini e villa Travaini a Codognè, le ville Paoletti a Cimetta e Cimavilla, villa Rosa a Roverbasso sono quindi sempre state dei punti chiari e fermi nella toponomastica del comune; seppur luoghi privati, sono sicuramente degli ambiti che appartengono al vissuto dei cittadini di Codognè.

[Testo a cura della Commissione Comunale per le Attività Culturali, anno 2013]




VILLA TODERINI DE GAJARDIS


Questo scenografico complesso, edificato tra la fine del Seicento ed il 1780 su commissione della nobile famiglia veneziana dei Toderini, si ritiene possa essere attribuito ad una personalità operante presso la fabbrica di Villa Pisani a Stra, ovvero all’architetto padovano Girolamo Frigimelica oppure ad un collaboratore dell’architetto trevigiano Francesco Maria Preti. 
 
Si compone di una villa padronale e di un oratorio, inizialmente dedicato a San Giovanni evangelista, poi documentato in San Giovanni Battista, e di un ampio parco dove spiccano l’imponente peschiera e la “Mutera”.

La villa è un tipico esempio di villa veneta della Terraferma, concepita non solo come dimora gentilizia dove poter trascorrere momenti di otium, ma soprattutto in funzione dello sfruttamento agricolo. Il prato incluso tra la villa e la peschiera fu un tempo un rigoglioso giardino descritto da Lorenzo Crico nel 1795 come fatto di “piante crescenti, viali ombrosi ed erbe di tal sorte e di sapor”.

Degna di nota è la peschiera quale importante opera di ingegneria idraulica del Settecento, ancora oggi alimentata dalle acque condotte da un sofisticato sistema di canali. 

La collinetta o “Mutera” che spicca nel parco in asse con la villa è stata realizzata rimpiegando la terra scavata per la costruzione della peschiera. Suggestivo belvedere, potrebbe altresì essere stata adibita a ghiacciaia. 
 
Di questo ameno contesto fu ospite il poeta Ugo Foscolo che dedico due odi alla monacazione di Maria Teresa Toderini (1795-1796)


Foto di Villa Toderini realizzata da Pio Dal Cin

STORIA DEL TERRITORIO DI TERRA FERMA SOTTO IL DOMINIO DELLA SERENISSIMA

Dal 1339 al 1797 l’area oggi di pertinenza del Comune di Codognè faceva parte della Repubblica di Venezia. Rientrava nella Podesteria di Portobuffolè, una piccola città murata sulle rive del fiume Livenza che era uno dei centri commerciali più importanti all’interno della Repubblica. Da Portobuffolè partiva la via dei Sali su cui transitava il commercio del sale e dei cereali con il Nord Europa. La via passava attraverso Codognè, un territorio soprattutto lasciato a bosco e zone per il pascolo. Una parte era paludosa. L’area fu denominata Codognè per la presenza di piante di mela cotogna. Ancora oggi il toponimo deriva da questo frutto.
Poiché quest’area era per lo più lasciata a vegetazione, molte terre risultavano essere di proprietà pubblica-comunale. Nel Seicento la Repubblica dovette affrontare una serie di crisi economiche, dovute ad alcune guerre costose. Il Doge autorizzò quindi la vendita di alcuni di questi terreni pubblici-comunali e per questo i Toderini richiesero di poterne acquistarne una parte. Dal 1664 al 1690 tanti furono gli acquisti a Codognè (anche da privati, perché funzionali a creare un grande podere). Questo territorio, che prima era solo bosco o pascolo, finalmente si ingentilì con la presenza di questa importante famiglia veneziana:
Intorno al 1690 cominciò la costruzione di una grande villa di campagna, forse per volontà di Giobatta e Todero Toderini. Le terre limitrofe divennero coltivate e bonificate. Questo permise le condizioni per lo sviluppo del villaggio, da cui poi crescerà Codognè.
Nel 1780 Ferdinando Toderini chiese alla Serenissima di poter creare dei canali per far scorrere l’acqua per i propri campi. Ecco che venne realizzata la peschiera, che aveva molte utilità:
  • per l’irrigazione dei campi ed il potenziamento dell’agricoltura;
  • per l’allevamento ittico;
  • per la produzione di limo, fertilizzante naturale per i campi;
  • a decoro della villa e del giardino.
Nel 1845 la famiglia Toderini si estinse e le sue proprietà furono smembrate e rivendute.
Foto di Villa Toderini realizzata da Pio Dal Cin

LA VILLA

Si tratta di uno tra i più suggestivi esempi di villa veneta. In essa si identificano due importanti valori: quello dell'investimento economico (l'azienda agricola) e quello della località ideale per lo svago, la villeggiatura e cenacolo culturale.
Si compone di:
  • un palazzo centrale, dimora patrizia, dalla facciata scenografica
  • una barchessa (a destra)
  • un oratorio dedicato a San Giovanni Battista (l’aspetto attuale è una sintesi della prima costruzione, risalente al 1790 circa, con aggiunte del primo Novecento) (a sinistra)
  • la stalla ed il deposito (a sinistra)
  • l’ampio giardino coronato dalla peschiera
Il palazzo centrale si caratterizza per la simmetria delle sue parti. In alto, sulla facciata si scorge lo stemma in pietra della famiglia Toderini (torre coronata con stella).
Fu edificato in due fasi:
  • dal 1690/92 circa alla prima metà del 1700: adattamento e ristrutturazione di un edificio preesistente.
  • dalla seconda metà del 1700 al 1790 circa: interventi voluti dal gusto eclettico di Ferdinando Toderini (ampliamento delle ali dell’edificio patrizio, ampliamento della barchessa, costruzione della peschiera e del giardino, risistemazione dell’oratorio).
Attualmente, di originale è rimasta la facciata, in quanto i decori originali degli interni sono molto alterati a causa del subito bombardamento del 1917 (durante la I° Guerra mondiale, infatti, la villa fu requisita e divenne sede delle truppe austroungariche)  e dai saccheggi in età napoleonica e durante la Seconda Guerra mondiale.
Ancora oggi la villa si distingue per essere uno splendido esempio in stile palladiano, caratterizzato da un corpo centrale che emerge con le due ali laterali, dal gusto neoclassico (impiego di colonne, lesene, timpani…), dalla barchessa. L'effetto attuale è altresì mutuato da un leggero gusto barocco (stucchi di coroncine, composizioni floreali, cornici sinuose….).
Oratorio

A sinistra dell'edificio patronale si trova l'oratorio, a pianta ottagonale, ad un’unica aula, con una decorazione sobria (stucco e pittura). L’altare è barocco, realizzato con marmi colorati, sovrastato da una pala che rappresenta la Sacra Famiglia, eseguita nel primo Novecento. L’Oratorio risale al 1780 (data riportata sul pavimento).

Veduta aerea di Villa Toderini e del PArco della Mutera

Davanti alla villa oggi vi è un enorme prato, ma le testimonianze del XVIII secolo lo descrivono ricco di piante, ricercate e rare, una parte dedicata ad orto per la produzione di verdura e frutta per l’uso domestico. La Mutera, ovvero una collinetta artificiale ricavata con la terra scavata per la realizzazione della peschiera, ne è diventata il simbolo. La peschiera, con flusso d’acqua ancora funzionante, è una magistrale opera dell’ingegneria Settecentesca. 

[Bibliografia: Codognè, Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Liuvenza e Monticano, a cura di L.Caniato e G. Follador, edito dal Comune di Codognè, aprile 1990] 

LA MUTERA DI VILLA TODERINI

La collinetta belvedere denominata “Mutera” è inserita nel complesso ambientale di valore storico-paesaggistico di Villa Toderini De Gajardis. E’ stata realizzata rimpiegando la terra scavata per la costruzione della peschiera. Forse anticamente adibita a ghiacciaia, dalla sua sommità si può ammirare la scenografica facciata della villa riflessa sulla placida superficie della peschiera. 
L’esemplare di melo cotogno ivi messo a dimora richiama il mito greco del Giardino delle Esperidi, ovvero di quel luogo ameno, custodito dalle ninfe, figlie della notte, nel quale si trovava la meraviglia delle meraviglie, l’albero dai pomi d’oro (il melo cotogno appunto), i cui frutti, simbolo di fecondità e amore, furono rubati con astuzia da Ercole nella sua undicesima fatica.

Nella zona retrostante è stato realizzato il Giardino della Mela Cotogna, esempio unico nel suo genere per le varietà botaniche (cultivar) presenti e per il significato didattico e di salvaguardia della memoria storica di cui è vettore.

Foto aerea realizzata da Csaba Akos Gombos durante la tradizionale Festa della Mela Cotogna

IL GIARDINO DELLA MELA COTOGNA 

Nell’ambito del Parco della Mutera, questo meleto, costituito da un’ampia varietà di cultivar di cotogno, intende avvalorare l’interpretazione per cui il toponimo del paese derivi proprio da questo frutto, la cui presenza sul territorio è stata anticamente molto diffusa a livello selvatico.  
In questo giardino si possono incontrare i colori e i profumi del pon codogno, un tempo largamente impiegato per la preparazione di cotognate e composte oppure per profumare la biancheria riposta nei cassetti e nelle cassepanche. 
 
La vocazione del Comune di Codognè a salvaguardare questa sua biodiversità ed il significato storico di cui è vettore, si sta sempre più concretizzando in ulteriori progettualità che riguardano l’impianto di nuovi alberi, la tutela di quelli più antichi, la creazione della filiera del cotogno e l’organizzazione di manifestazioni cultural-gastronomiche. 

A questo proposito, ogni seconda domenica di ottobre si svolge la Festa della Mela Cotogna nella quale fanno bella vetrina più di cento espositori di prodotti derivanti dal cotogno, enogastronomici, con vendita al minuto, degustazioni, mercatino degli hobbisti e delle associazioni, animazione per bambini, laboratori creativi sul tema della mela e dell’agricoltura, pedalate ecologiche.

Per tutto il mese di ottobre è altresì possibile assaporare le numerose declinazioni gastronomiche della cotogna attraverso l’iniziativa “Ristorando”, nell’ambito della quale i ristoranti e gli agriturismi, le pizzerie, i panifici e le pasticcerie di Codognè propongono menù a tema che vedono questo frutto protagonista.


[Bibliografia: Codognè, Nascita e sviluppo di una comunità trevigiana di pianura tra Liuvenza e Monticano, a cura di L.Caniato e G. Follador, edito dal Comune di Codognè, aprile 1990]

LA FAMIGLIA DEI TODERINI DE GAJARDIS

La nobile famiglia dei Toderini, cui si deve la costruzione dell'omonima villa in centro paese, indubbiamente concorse ad ingentilirne il territorio.

Vi erano diversi rami familiari, ma quello che poi giungerà a Codognè deriva da Zuanne Toderini. Falegnami ante litteram, intrapresero in seguito l’attività commerciale di tessuti, stoffe, merletti sulle via delle Fiandre, derivandone un ingente patrimonio, presto investito nell’acquisto di terreni.
 
Nel 1694 la loro ricchezza era tale che poter comprare il titolo nobiliare ed entrare nella classe del patriziato veneziano. Il patrimonio familiare aumentò anche grazie ad ottimi matrimoni, con altre famiglie di mercanti o con nobili.
  • Giovanni Domenico (Zanne)
  • Giobatta e Todero (figli)
  • Todero + 8 fratelli
  • Ferdinando e Gianbattista
Ferdinando Toderini (XVIII sec.) fu un intellettuale, un uomo di grande cultura, amante delle arti e della letteratura. Conobbe il giovane Ugo Foscolo, che qui a Codognè soggiornò qualche giorno. Ne sono testimonianza due sue sonetti scritti in onore della famiglia stessa.

 A maggiore completezza in merito alle vicissitudini legate ai diversi rami della famiglia Toderini,si riporta uno studio realizzato dal Dott. Thomas Toderini Dei Gagliardis Dalla Volta consultabile al link http://www.tuttogenealogia.it/index.php?module=Family&func=displayterm&id=345&vid=1

I Toderini o Teodorini discendono dai Gagliardis, i quali si ritengono oriundi della Provenza, da cui scesero in Italia nel XIII sec. essendo documentati in Padova fin dal 1283. La famiglia dei Gagliardis, vanta una serie di personaggi che rivestirono primarie cariche in ambito militare, al servizio di molte potenti dinastie, tra cui i Duchi di Urbino, i principi Carraresi, gli Asburgo, la Serenissima Repubblica Veneta, ed altre.
Giunti in Italia, i Gagliardis si divisero in due linee distinte: la prima è quella detta dei “Gagliardi”, che presero dimora nel padovano dove vennero aggregati a quella civica nobiltà; la seconda è detta dei “Gagliardis”, stabilitisi intorno alla metà del 1400 alla Volta sotto Latisana da cui derivò il predicato “Gagliardis dalla Volta”.
Capostipite di questa seconda linea, fu Damiano Theodorino de Gajardis a Volta, “patron de sue galere armate” e segretario dell’Imperatore Federico III d’Asburgo, il quale lo innalzò alla dignità di Cavaliere del S.R.I. e del S. Palazzo Lateranense e lo parificò ai Conti Palatini del S.R.I., mentre i suoi due figli, Teodoro e Giovanni Domenico detti de Theodorini de’ Gajardis a Volta, con diploma del 24 novembre 1484 dello stesso Imperatore, furono creati Conti Palatini e del Sacro Palazzo Lateranense e Cavalieri del S.R.I. , con regalie di maggiori privilegi che dava loro la facoltà di creare titoli minori (Conti, Cavalieri, Notari, Poeti, Baroni, ecc.)
I figli di Damiano crearono dunque due linee distinte: la prima, quella di Teodoro, una volta trasferitosi definitivamente a Portogruaro (Ve), dove era nato nel 1458, mantenne in principalità il solo predicato di “Gagliardis dalla Volta”, e lo riportò all’originale “Teodorini de’ Gagliardis dalla Volta”, allorché la famiglia ricevette la riconferma dei suddetti titoli, dall’Impero Austriaco con Sovrana Risoluzione di S.M.I.R.A. del 25 luglio 1817. La seconda linea è quella di Giovanni Domenico, che trasferitosi a Venezia nel 1491 ca. con il padre, mantenendo il solo cognome di Toderini, si diede alla pratica della mercatura, particolarmente con i merletti provenienti dalle Fiandre. Questa attività andò ad incrementare notevolmente le ricchezze della famiglia, cosicché il ramo di San Lio (Santa Maria Formosa) rappresentato dai fratelli Giovanni Battista e Teodoro, avendo offerto centomila ducati al Governo della Serenissima, fu aggregato al Patriziato Veneto il 25 luglio 1694.
Il ramo rimasto fra i cittadini era rappresentato nel 1868 dal Nob. Comm. Teodoro Toderini, allora Direttore dell’Archivio di Stato di Venezia e Soprintendente agli Archivi Veneti, il quale avviò le pratiche per il riconoscimento dell’avita nobiltà presso il R. Governo Italiano. Finalmente con sentenza dei Tribunali di Padova e Venezia del 1909, la famiglia venne autorizzata al ripristino dell’antico cognome di Toderini dei Gagliardis dalla Volta, avendo dimostrato la legittima discendenza dal suddetto Damiano Toderino. 

VILLA TRAVAINI

Il complesso architettonico denominato villa Travaini-Vendrame è attribuibile al XIII secolo e si erge maestoso nel centro abitato di Codognè, lungo via Roma, tra le due Chiese. I primi proprietari accertati appartengono alla famiglia dei Ton, in origine livellari dei nobili Toderini. 
 
L’insieme architettonico è costituito da un unico corpo ad “L” in cui si collocano, in successione, il corpo padronale della villa vera e propria, un edificio residenziale degli inizi del Novecento e la barchessa tardo settecentesca che giunge di testa su via Roma. Un edificio separato adibito a stalla-fienile, posto a nord, completa il complesso.
La villa ha una composizione tripartita, tipica delle Ville Venete, con un corpo centrale sopraelevato rispetto ai lati, con sale centrali passanti denunciate nella facciata principale da due file di trifore ad arco a tutto sesto con balconcino e da un frontone triangolare con al centro una decorazione con  canestro di fiori. Due corpi leggermente arretrati formano le due ali laterali della villa; nell’ala sinistra si colloca una piccola cappella un tempo adibita ad oratorio semipubblico.
La villa è separata dalla strada da un giardino che termina con una peschiera a doppia curva, che evidenzia la gerarchia del corpo principale rispetto alle ali laterali.
Foto d'epoca, 1940 circa. Oggi la villa è oggetto di un importante recupero culturale e architettonico.
Anche la peschiera che incornicia il piccolo giardino, a breve tornerà in funzione.




I BORGHI STORICI

Il Borgo era un piccolo centro urbano, composto da un pugno di case che si stringevano vicine ad uno o più spazi comuni, sui quali si affacciavano la Chiesa, a volte il capitello, le botteghe di prima necessità, l'osteria (che era anche sede della bocciofila). 
 
Il borgo viveva della vita delle sue famiglie; le celebrazioni religiose scandivano i ritmi dell’intera comunità, tenendola unita e stimolandone l’identità spirituale. Tutti – grandi e piccini – partecipavano sentitamente ai riti della fede cristiana.

Pensare al borgo fa tornare alla mente l'immagine dei bambini che giocavano animatamente sollevando il polverone della ghiaia di cui erano fatte le strade e i cortili di una volta; quelle strade che le donne percorrevano con gli zoccoli ai piedi mentre si recavano a vespro o mentre svolgevano le mansioni domestiche. 
 
Tutte le attività che si svolgevano nel borgo erano un profondo intreccio di relazioni umane, dove l’amicizia era un valore complementare alle competenze tecniche. 
 
Si faceva il bucato recandosi al lavatoio pubblico ("lavador") o lungo le rive; le donne si aiutavano l'un l'altra, conversando delle novità in un bel momento di comunione femminile. 
 
Frequentati dalle donne erano anche i mulini sulla Resteggia e sul Ghebo. Sul Ghebo però il mulino aveva il doppio manlio, una rarità in zona, che permetteva di avere due lavorazioni contemporaneamente, tra cui anche la battitura del metallo. C’erano quindi il fabbro e il "giusta biciclette".

Anche il macellaio (“bechér”) percorreva il borgo per svolgere il suo mestiere. Si alzava di buon ora per provvedere al recupero delle lastre del ghiaccio, spesso raggiungendo Vittorio Veneto in bicicletta, per poi recarsi dalle famiglie con stalle per contrattare la vendita di un vitello o di un coniglio. 
 
Successivamente, in anni di crescita economica, accadde che alcune famiglie abbiano trovato il coraggio di fondare delle cooperative sociali. Ecco quindi che nacquero alcune realtà economiche, come ad esempio le Latterie sociali e la Cantina sociale, determinanti per la genesi e lo sviluppo della comunità del borgo.

I Borghi storici di Codognè, ovvero quei nuclei fondativi che successivamente diedero forma al paese, sono:
- Roverbasso
- Cimetta
- Cimavilla
- Borgo Chiesa
- Borgo Comun
- Borgo Municipio
- Borgo del Bar de Spin

[Testo a cura della Commissione Comunale per le Attività Culturali, anno 2013]


IL VECCHIO CINEMA DI PAESE

Ogni piccolo paese di provincia negli anni Sessanta e Settanta aveva il proprio cinema, luogo di ritrovo di giovani e bambini, ma anche sede per recite e incontri pubblici.
Anche Codognè aveva dunque in piazza il proprio cinema, accanto al quale si trovava un piccolo bar, denominato bar ENAL, che divenne in seguito sede delle ACLI. 
 
La stagione d'oro dei cinema di paese si situa negli anni in cui la televisione non era ancora diffusa in tutte le case e uscire per andare al cinema era molto più comune che al giorno d'oggi. 
 
I film di maggiore successo erano quelli di Sergio Leone (a sentire certe persone sembra anzi che una volta al cinema proiettassero solamente film western!), ma avevano enorme successo anche i film di Franco e Ciccio che imitavano le grandi produzioni. 
 
Se Leone dirigeva “Per un pugno di dollari”, il duo comico rispondeva con “Per un pugno nell'occhio”, a “Il buono, il brutto, il cattivo” ribattevano con “Il bello, il brutto, il cretino” oppure con le parodie dei film stranieri come “Le spie venute dal semifreddo” o “002 agenti segretissimi”. Erano gli anni in cui la Disney produceva “Herbie il maggiolino tutto matto” o veniva riproposto “Via col vento”.

Negli anni Ottanta il cinema veniva usato raramente e per lo più per recite e proiezioni speciali per le scuole, infine venne chiuso. Pochi anni fa una troupe cinematografica usò il cinema di Codognè per girare alcune scene di un film e riportò la facciata agli splendori dell'epoca d'oro, come si può vedere dalla foto qui pubblicata.
Per una sera il cinema di Codognè è stato nuovamente un luogo di ritrovo e curiosità per tutti.

Una scena del film girato nel 2010
[Testo a cura della Commissione Comunale per le Attività Culturali, anno 2013]

GLI ASILI PARROCCHIALI

In passato nel comune di Codognè erano presenti tre asili, luoghi di ritrovo non solo dei bambini, ma anche delle mamme e nonne che li accompagnavano: l'asilo storico vicino alla chiesa arcipretale, dove ha sede tutt'ora la scuola d'infanzia, quello di borgo municipio e l'asilo che serviva Cimetta e Cimavilla e che si trovava in via Asilo.

Il primo è quello più famoso proprio in virtù del fatto che è ancora oggi in funzione. L'edificio è stato quasi interamente ristrutturato verso la fine degli anni Ottanta, ma sono stati conservati i muri esterni, come si può facilmente dedurre dalla foto.

In borgo municipio era presente un altro asilo, gestito dalle suore che vivevano presso l'asilo di borgo chiesa e che ogni mattina attraversavano il paese per lavorare. L'asilo di borgo municipio si trovava di fronte a villa Toderini nello spazio che è ora occupato dalla sede di una banca. Ciò che colpisce di più è però il fatto che l'edificio precedente era una bellissima adiacenza della villa e come tale ne rispecchiava l'architettura. Per molti anni l'edificio venne adibito ad asilo, dove alle sette del mattino i bambini che frequentavano le scuole elementari andavano anche a catechismo. Poi, con il diminuire del numero dei bambini, la sede dell'asilo rimase per tutti quella in borgo chiesa. Per alcuni anni l'edificio davanti alla villa venne utilizzato come sede per una banca, poi si decise di abbatterlo per far posto a una costruzione moderna che possiamo ancora oggi vedere.

L'asilo di Cimetta e Cimavilla, lungo la Cadoremare, è oggi un edificio in parte crollato per lo stato di abbandono e interamente ricoperto dalla vegetazione che lo nasconde agli occhi di chi passa. Forse, se non fosse per il nome della strada in cui si trova, Via Asilo, non si potrebbe sospettare che proprio lì avesse sede la scuola d'infanzia delle due frazioni. Oggi la sede dell'asilo si trova a Cimetta. 

[Testo a cura della Commissione Comunale per le Attività Culturali, anno 2013] 

GLI ORATORI

A Codognè e nelle varie parrocchie erano presenti gli oratori, luoghi di aggregazione che favorivano le sani relazioni e aiutavano ad educare alla vita oltre che alla fede. Si ponevano come ponte fra la famiglia e la Chiesa dove i giovani di qualunque età giocavano scoprendo le qualità migliori di un ambiente composto di ragazzi e animatori all’insegna di: allegria, generosità e solidarietà. 

L'Oratorio veniva aperto ogni giorno di festa e alcuni giorni della settimana anche al pomeriggio. Ad un certo orario i ragazzi, al suono di una campanella, venivano suddivisi e raccolti in varie scuole di Catechismo dove venivano spiegati loro i fondamenti della religione cristiana. Dopo il catechismo si riprendevano i giochi e poi in un cortile antistante ogni tanto il parroco dispensava caramelle, giuggiole, gelati... 

Fino agli anni ’70 nel centro del paese si poteva andare anche al cinema e a Cimetta di fronte alla chiesa si assisteva a recite nel teatro tutt’oggi funzionante. 

L’oratorio fungeva pure da laboratorio. Infatti le ragazze si dedicavano per lo più a lavori prettamente femminili come il cucito e il ricamo mentre i ragazzi si sbizzarrivano in occupazioni diverse secondo le proprie capacità dalla pittura a piccoli oggetti di falegnameria. Alcuni di questi lavori sono conservati gelosamente fino ad oggi, nelle case si trovano anche appesi come fossero quadri di pregio e se ognuno di noi aprisse il cassetto della memoria si ritroverebbe qualche “capolavoro ” del genere. 

Finite le attività si giocava a calcio, nascondino e palla capitano.. quando pioveva o faceva freddo dentro nel salone parrocchiale si svolgevano animate sfide a calcetto balilla e ping pong. Venivano organizzati gruppi di canto, nel repertorio i motivi della Grande Guerra degli Alpini per poi arrivare negli anni più recenti con le colonne sonore dei cantautori Battisti, De Andrè… 

Particolarmente vivace è il periodo estivo, durante il quale si propongono vacanze, (chiamati spesso campi estivi o campi scuola) e vengono organizzati periodi di animazione e di giochi, chiamati GREST (GRuppo ESTivo o Gruppi Ricreativi ESTivi).

[Testo a cura della Commissione Comunale per le Attività Culturali, anno 2013]

I PIONIERI DI "NEW ITALY". UNA STORIA DI MIGRAZIONE

 
Giovedì 7 giugno 2012 l’Associazione Trevisani nel Mondo, sezione di Codognè, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, ha incontrato Rita Doran Jacobs e suo figlio Jim, (accompagnato dalla moglie Denise), residenti in Australia, ma giunti a Codognè alla ricerca delle proprie origini familiari.

Rita è la pronipote di Antonio Bazzo e Teresa Maria Buoro, contadini di Codognè, documentati nella frazione di Roverbasso, che nel lontano 1880 salparono verso la Nuova Guinea (a nord dell’Australia) con la speranza nel cuore di riscattare le loro vite ed il futuro dei loro figli. L’intera famiglia Bazzo, infatti, aderì al progetto di colonizzazione nato dalla follia del francese Charles Bonaventure du Breil, Marchese di Rays, e come loro altre famiglie di Codognè e dei Comuni limitrofi. Sfortunatamente, si trattò di una tra le spedizioni più tragiche della storia della migrazione italiana.


Il Marchese di Rays è noto per aver organizzato numerose spedizioni finalizzate a colonizzare vari territori del Pacifico, nell’attuale area della Papua Nuova Guinea; tutte dagli esiti disastrosi. Facendo leva sulle speranze e sull’immaginario della povera gente di tutta Europa, egli promosse le false aspettative di grandi possedimenti assegnati ai meno abbienti, di abbondanti e frequenti raccolti, delle ottime condizioni di vita che quei paradisi così lontani avrebbero permesso. Tuttavia, egli stesso non aveva mai visitato quella parte del mondo: tutto era frutto della sua fervida fantasia e di letture parziali e approssimative di lacunosi diari di viaggio. Purtroppo, quei territori si caratterizzavano per condizioni climatiche pessime, che favorivano il diffondersi della malaria; la vegetazione era impenetrabile e le piogge tropicali rendevano i terreni non coltivabili; la presenza di indigeni che praticavano il rito del cannibalismo non favoriva certo l’opera di colonizzazione.

I Governi di Francia e Italia non approvarono mai questi progetti, vi si opposero con ogni mezzo, ma l’astuta campagna pubblicitaria montata ad arte dal Marchese e il così generato seguito di povera gente che aveva già provveduto a liquidare tutti i propri beni per pagare la quota del viaggio, così che tornare sui propri passi era impossibile, gli resero davvero semplice organizzare ben 4 catastrofiche spedizioni, salpate per la maggior parte da Barcellona, alle quali aderirono diverse famiglie di Codognè.

Il 9 luglio 1880, 340 veneti, tra cui la famiglia Bazzo, si imbarcarono sul vascello “India” diretti nell’attuale Nuova Guinea per fondare il paradiso che si sarebbe dovuto chiamare “Nuova Francia”, iniziando così la loro sventura. A bordo le scorte alimentari e i medicinali erano insufficienti; già nella fase della navigazione si registrarono le prime vittime. Arrivarono stremati a destinazione il 14 ottobre 1880, ma alla vista di quelle avversità, le loro speranze si infransero e iniziò una nuova e dura lotta per la sopravvivenza. Dopo le continue epidemie e le morti, duecento deboli superstiti, mossi dalla forza della disperazione, si opposero al comandante obbligandolo a far salpare la nave “India” verso un territorio più salubre. Nel frattempo, la notizia delle loro difficoltà fu comunicata al Governo Australiano che intercettò la nave traendoli in salvo a bordo della “James Paterson” diretta a Sydney, dove giunsero l’8 aprile 1881. Accolti e nutriti, poterono così riscattare le loro esistenze. Cominciarono ad acquistare dei terreni lungo il fiume Richmond, fondando una prima piccola comunità di veneti che nei 5 anni successivi divenne una grande e prosperosa colonia denominata “New Italy”. A breve, la foresta intorno si trasformò in lussureggianti frutteti, campi ben coltivati e soprattutto vigneti, le cui barbatelle erano state sin lì trasportate dall’Italia e tenacemente conservate nonostante tutte le avversità subite. Ben presto, gli italiani si distinsero nella produzione di vino e nella coltura del gelso e dei bacchi da seta. Il ruolo delle donne venete fu altresì prezioso per “New Italy”: esse vengono tutt’ora ricordate come coloro che hanno reso possibile il successo della colonia con la loro fedeltà, la loro collaborazione continua, la loro tenacia e soprattutto il loro amore.

Documenti dell’epoca attestano che la Famiglia Bazzo abitò a “New Italy”, eccetto una figlia, Caterina, perché deceduta durante lo sfortunato viaggio in nave verso la Nuova Guinea. Oggi “New Italy” è divenuto un sito museale e documentaristico importantissimo per la storia della popolazione italiana in Australia, grazie anche alle numerose attività di ricerca e di diffusione della memoria storica che qui vengono promosse.